
E’ il giorno della gita alle isole Skellig. Le Skelling sono isolotti scogliosi al largo della costa del Kerry. Il più piccolo si chiama Little Skellig, è disabitata, chiusa al pubblico e praticamente non ha approdi, questo fa in modo che sia diventata un riserva naturale di particolar valore dal punto vista ornitologico. E’ la casa di più di ventimila sule, che imbiancano completamente lo scoglio con il loro piumaggio. Le acque intorno Little Skelling sono l’habitat di foche grigie e altri mammiferi marini. L’altra isola, Skellig Michael o Great Skelling conserva un antico sito monastico ed è interamente popolato da dei buffi e simpatici volatili: i pulcinella di mare, ribattezzati puffini dal loro nome in inglese puffins. Su Great Skelling c’è anche un faro e un piccolo eliporto. Anche quest’isola è comunque disabitata ed è diventata patrimonio dell’UNESCO. L’accesso è severamente regolamentato ed è possibile solo quando le condizioni dell’Atlantico lo permettono. Prima di imbarcarci a Portmagee, facciamo la colazione dalla nostra signora, parcheggiamo la nostra Punto al porto e cerchiamo la nostra barca.

Ogni barca può portare al massimo dodici persone e le imbarcazioni autorizzate per l’escursione alle Skellig sono solo dieci. Troviamo la nostra barca, capitanata da un ruvido lupo di mare gaelico. La barca che ci porta alle Skellig è piccola e dopo un breve appello, il capitano ci fa vestire di tutto punto con delle robuste cerate. Ci sono circa una decina di persone, tra cui una famigliola di italiani che fa molto chic e non impegna, arrivata chiaramente in ritardo. Il bambino di neanche dieci anni parla già inglese, il padre virilmente rifiuta la cerata e sprezzante resta con il suo giubbetto di jeans, notiamo in lui un certa rassomiglianza con l’attore George Clooney. Partiamo e dopo qualche ordine in un gaelico misto inglese... Mario viene subito messo dal capitano alla guida della barca per uscire dalla baia! E mentre si preoccupa di preparare la barca per la lunga e avventurosa traversata, Mario ci guida brillantemente fuori dal porto. Usciti dalla baia, iniziano le onde, ragazzi che onde!

L’Atlantico è discretamente vivace! Dietro alle nostre spalle possiamo vedere le altre imbarcazioni… con le prue che per l’impatto con il moto ondoso, prendono angolazioni quasi verticali! Il nostro amico George comincia uno show impagabile. In preda a un colossale mal di mare, si rotola dalla murata alla coperta della tolda della barca e comincia a rimettere la cena della sera prima e la colazione della mattina… che schifo! In un attimo è completamente bagnato fradicio, avendo sdegnosamente rifiutato la cerata offerta dell’esperto marinaio celtico, mentre i flutti dell’oceano gli sferzano impetuosamente la faccia! Ormai il tutto sta assurgendo a dimensioni epiche, il viaggio, l’oceano, l’eroe! Il bambino prodigio che aveva esordito con un “Oh my god!” si stringe impaurito tra le braccia della madre. Io e Mario, bastardissimi, ce la ridiamo per tutto il tempo.

Dopo circa quaranta minuti di navigazione arriviamo in prossimità delle Skellig, lo spettacolo è bellissimo. Sbarchiamo velocemente su Great Skellig e l’imbarcazione riprende il largo per non rischiare di essere frantumata sugli scogli dalle onde. Ci arrampichiamo sullo scoglio lungo un irto sentiero e iniziamo la salita fino al sito monastico, costruito sulla sommità dell’isola. I curiosissimi puffini ci accolgono, sbirciandoci e saltando fuori dai loro nidi sotterranei. Il monastero è formato da singole celle, a forma di alveare, costruite interamente in pietra a secco. Del resto la pietra è l’unico materiale da costruzione presente. Il sito è molto ben tenuto, considerando che da ormai tredici secoli è disabitato, e conserva intatto il suo fascino ascetico e la sua aura mistica. Sembra di essere ai confini del mondo, incredibile! Dopo un breve trekking sul resto dell’isola, scendiamo all’approdo, raggiungiamo la nostra barca e riprendiamo la navigazione puntando su Little Skellig.

Circumnavighiamo l’isolotto e vicino a una grotta riusciamo a vedere le foche. Sbarchiamo a Portamagee nel primo pomeriggio e ritroviamo al porto la Punto carica di tutti i nostri bagagli. Ripartiamo risalendo la penisola di Iveragh e proseguiamo il nostro viaggio nella contea del Kerry passando sull’altra penisola, quella di Dingle. Le spiagge che si susseguono sono lunghissime e di sabbia molto fine. Incredibile non sembra nemmeno di essere in Irlanda. E’ una bella giornata di sole, ci sistemiamo in un bellissimo campeggio ricoperto di trifogli. Andiamo in punta alla penisola per ammirare le isole Blasket e per visitare alcuni forti dell’età del ferro con le casette a forma di alveare. A Dingle ceniamo in un bellissimo pub, dove riusciamo ad assistere anche all’esibizione di un bel gruppo folkloristico irlandese. Grazie ai trifogli dormiamo divinamente.

Ripartiamo verso nord, ma facciamo una breve sosta sulle lunghe spiagge che danno sull’Atlantico, alle nostre spalle si erge il monte Brendan, che prende il nome da uno dei più importanti santi irlandesi. Ci fermiamo a Tralee per fare due passi. A Tarbert prendiamo il traghetto per attraversare l’estuario dello Shannon, il fiume più lungo d’Irlanda. Dopo una breve traversata, approdiamo sulle rive della contea di Clare. Lungo la strada facciamo una sosta in un paesino sull’oceano, dove ci divoriamo un enorme e buonissimo panino. Riprendiamo la nostra strada e dopo pochi minuti vediamo il magnifico panorama naturale che rappresenta la prima destinazione della giornata: le maestose Cliffs of Moher, spettacolari scogliere a picco sull’oceano.

Passeggiamo sul suo costone e ci affacciamo sullo strapiombo di un centinaio e passa di metri, sdraiandoci sul bordo roccioso per ammirarne l’altezza e soprattutto per non farci scaraventare nel baratro dal fortissimo vento.Siamo completamente stregati e rapiti. Incredibile! Arriviamo a Doolin nel tardo pomeriggio e Mario non trova più il portafoglio. Temiamo il peggio, se lo abbiamo perso passeggiando sulle Cliffs of Moher sarà impossibile ritrovarlo. Ma ferma un attimo! Già sulla via del ritorno accompagnati dai peggiori incubi, a Mario viene in mente che ha pagato il parcheggio uscendo, quindi il portafoglio è sicuramente in macchina. Ops… ci ho appoggiato sopra la mastodontica guida della Rough Guide!

Nel campeggio di Doolin facciamo la conoscenza di una simpatica famigliola neozelandese, che sta girando in camper l’isola di smeraldo. Il capofamiglia, dalle fiere fattezze maori, mi consiglia dove piazzare la tenda in modo da avere il maggior riparo dal vento. Vicino a Doolin è possibile visitare il Burren, un’enorme e selvaggio plateau calcareo, ricco di siti megalitici e archeologici. Sembra un paesaggio lunare.Il giorno dopo ci imbarchiamo su un vaporetto con destinazione le isole Aran. Le Aran Island: sono un gruppo di tre isole nella baia di Galway, noi visitiamo solo quella più grande, Inis Mór. Decidiamo di non portare i bancomat e le carte di credito, partiamo solo con quaranta euro. Cavoli ci siamo dimenticati che sulle Aran dobbiamo affittare le biciclette per girare e oltre a pagare l’affitto bisogna lasciare la cauzione. Restiamo solo con alcuni spiccioli, con i quali riusciamo a far colazione nel principale villaggio dell’isola, Kilronan. Pazienza, cominciamo a girare con la mountain bike.

Le isole sono formate, così come il Burren, di materiale calcareo. Sull’isola principale si trovano diverse fortificazioni risalenti all’età del ferro, per fortuna riusciamo a visitare il Dún Aengus, spettacolare forte a picco sull’oceano, dove Mario ovviamente si emoziona e fa testamento! Il vento soffia fortissimo, l’Atlantico scaglia le sue onde contro la scogliera alta quasi cento metri, la giornata è limpida. Ci sentiamo in comunione con Madre Terra e Padre Oceano! Tra l’altro bisogna dire che alla cassa, non avendo abbastanza soldi per due biglietti, troviamo una simpatica ragazza irlandese che, mossa a compassione, ci fa pagare il biglietto per studenti. Questi irlandesi sono veramente gentili. Sulle Aran, ma anche in diverse zone dell’ovest irlandese è facile incontrare questo tipo di costruzioni, risalenti al passaggio dal periodo Neolico all’Età del Bronzo.

Si tratta di forti, dún in gaelico significa fortificazione, circondati da larghe mura di protezione. Costruiti interamente in pietra a secco, erano abitati da piccole comunità neolitiche. Proseguiamo nel nostro giro, pedalando tranquillamente e ci imbattiamo in una colonia di pigre foche grigie che prendono il sole distese sugli scogli. Che meraviglia! L’isola è molto selvaggia, leggermente ondulata, è percorsa da chilometri e chilometri di muretti a secco di pietra calcarea. Praticamente non ci sono alberi e arbusti. Ci dirigiamo ai forti interni, il Dún Eochla, vicino al quale sorge il faro di Inis Mór, e al Dún Eoghanachta. Dopo una bella pedalata su uno sterrato raggiungiamo il Dún Dúchatair, chiamato anche Forte Nero, dove le formazioni calcaree la fanno da padrone e sembra di passeggiare sulla Luna, con la differenza che l’oceano blu si apre sotto di noi.

Sono le 16.00 e decidiamo di tornare verso il villaggio, il traghetto passa a prenderci per le 17.30. Ridiamo le biciclette e recuperiamo la nostra cauzione così ci possiamo regalare una meritata merenda, gironzoliamo per il paese e i suoi negozietti dove possiamo ammirare gli Aran sweater, maglioni di lana con disegni che variano a seconda delle famiglie del posto. A proposito, sulle Aran, tutte le indicazioni e i cartelli sono in gaelico: buona fortuna! Passata l’ultima notte a Doolin, ci rimettiamo in strada alla volta di Galway, prima però facciamo una deviazione lasciando la costa, la nostra meta è il sito monastico di Clonmacnoise, nella contea di Offaly. Il sito è ormai un discreto rudere e sorge sulle rive dello Shannon. Ci aspettavamo qualcosa di più, sicuramente abbiamo apprezzato di più il sito di Glendalough.

Riprendiamo la strada e finalmente siamo a Galway, coloratissima cittadina di mare, con innumerevoli e chiassosi turisti. Galway ci accoglie con i suoi artisti di strada e le sue oreficerie che vendono il claddagh. Per chi non lo sapesse il claddagh è la fede irlandese: un anello con il disegno di due mani che si uniscono e sorreggono un cuore con una corona. Questo motivo ha un significato ben preciso: amore, amicizia e lealtà. Da Galway ripartiamo sempre in direzione nord, inoltrandoci nella bellissima e selvaggia regione del Connemara. Ci fermiamo a Clifden, dove troviamo e acquistiamo i nostri claddagh in argento e oro: un regalo di Mario. Risaliamo la costa immersi in un bellissimo paesaggio fatto di paludi a destra e oceano a sinistra. La giornata è un tantino novembrina e anche grazie a questo il Connemara assume un fascino tutto particolare. Le distese di torba sono a perdita d’occhio.

Allunghiamo l’itinerario seguendo la strada lungo la costa, punteggiata da una rigogliosa brughiera, dobbiamo fare benzina e ci fermiamo in un benzinaio, dotato di una sola pompa, che svolge anche le funzioni di meccanico, negozio di alimentari e pub. Ne approfittiamo per andare in bagno ed entriamo nel pub, all’interno ci accoglie un forte aroma di malto, per nulla fastidioso. Vicino al bancone alcuni vecchietti sbevazzano le loro Guinness, il gestore parla con qualcuno al telefono, ma non sta parlando inglese! Sembra una parlata uscita da un racconto di elfi tolkieniani, sta parlando in gaelico! Ecco la vera essenza dell’Irlanda! Verde, verde ovunque, oceani in burrasca, cieli plumbei e soprattutto la gente d’Irlanda! Fiera, indomita, umile, gentile, semplice.

In serata arriviamo in un minuscolo paesino, Letterfrack, formato da un incrocio di due strade e qualche casa. Adocchiamo un campeggio in riva all’oceano, dove però non ce la facciamo proprio a sistemarci. L’umidità si insinua nelle ossa, il vento è gelido e l’oceano impetuoso. Troviamo lungo la strada un bed and breakfast carino ed economico, gestito da un signore che pare un lepricano. I lepricani, per chi non lo sapesse, sono dei folletti, degli gnomi, tipici del folklore e della tradizione celtico-irlandese. Sono spesso stereotipati come dei buffi e barbuti ometti alti meno di un metro, con una giacca a falde color verde smeraldo, cappello a tricorno, panciotto di lana, pantaloni alla zuava, calze al ginocchio e scarpe con fibbie d'argento. Facciamo veramente fatica a capire il signor Lepricano, perchè giustamente parla un inglese mischiato da fortissimi influssi del gaelico, la sua lingua natale. Finalmente dopo dieci giorni di campeggio, un meritato bed and breakfast. Non riusciremo più a farne a meno fino alla fine del viaggio, causa anche l’inclemenza del tempo. La camera e il nostro bagno sono nuovissimi e approfittiamo al volo del prezzo irrisorio, solo venti euro inclusa colazione. Davanti a noi, oltre una brughiera c’è l’oceano, mentre alle nostre spalle ci sono i confini del Connemara National Park. Mentre mi preparo per la cena, Mario guarda nel soggiorno della casa una partita di hurling, uno dei virili sport nazionali irlandesi, e curioso come al solito tenta di farsi spiegare le regole del gioco dal signor Lepricano.

Ceniamo come sempre in un bel pub, questo però ha la particolarità di avere appeso alla pareti moltissime foto di anonimi patrioti e famosi protagonisti, come il leggendario Michael Collins, della drammatica lotta per la libertà del popolo irlandese contro il dominio britannico. Veramente interessante e suggestivo. L’itinerario prevedeva che a questo punto saremmo dovuti andare verso Achill Island, ma il tempo stringe, quindi decidiamo di tagliare questa parte di itinerario e puntiamo dritti sulla cittadina di Donegal nell’omonima regione.
1 commenti:
i munaretti oltre ad essere una specie carina e garbata, sa intrattenere piacevolmente con dovizia dei dettagli, senza peraltro dimenticare la caratteristica fondamentale che li contraddistingue quale l'abilità natatoria innata!
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